La prima occhiata coglie la famigliarità di forme e soggetti noti e riconoscibili, ma quando lo sguardo accarezza più attento i pesci, le anatre, le rane e l’intero fantastico bestiario di Silver Plachesi, ne cattura tutta l’originalità e fantasia.
È una produzione relativamente recente, quella dell’artista romagnolo – classe 1950, approdato ventiseienne a Treviglio – in cui si riflettono ed intrecciano la sua formazione e la sua carriera professionale: dopo il diploma all’Istituto Tecnico Industriale, si laurea in matematica a Bologna; durante l’università frequenta per due anni l’Accademia di Belle Arti di Ravenna e, mentre insegna presso l’Istituto Agrario Cantoni, si laurea in architettura al Politecnico di Milano dedicando un biennio, nel frattempo, allo studio del disegno dal vero all’Accademia di Brera. Testimonianza ne danno le pareti dello studio di architettura dove l’incontro, armoniosamente disseminate di dipinti di paesaggi, poi abbandonati per dedicarsi alla scultura in legno, finché gli impegni lavorativi e personali l’hanno permesso. Poi, tre anni fa, «trovando per caso tre pezzi che mi sembrava potessero stare insieme – spiega – ho creato il primo pesce, perché i pesci sono da sempre una mia passione. Il mare è una mia costante, ne raccolgo i legni da una vita, e mi diverto a metterne insieme vecchi con nuovi; i relitti delle barche abbandonati sulle spiagge offrono non solo legno ma anche carrucole, girelle. Tutto è realizzato con materiale di recupero interamente riciclato che arriva un po’ da ovunque: mercatini, discariche, amici che mi portano oggetti di tutti i tipi, dagli scarti del meccanico, all’idraulico, al demolitore».
Gli animali fantastici di Plachesi «colpiscono nel loro insieme, poi ci si diverte a cercare i dettagli». Come spiega il loro creatore, nascono da un processo che unisce casualità a rigore della ricerca: «Non parto mai da un progetto perché mi lascio ispirare dalla forma dell’oggetto che mi trovo davanti. Non so mai, quando vado in laboratorio, se farò un pesce, un uccello, una sedia o una lampada. Dove è possibile cerco di rispettare gli oggetti da cui parto, limitando al minimo tagli e modifiche, perché devono mantenere le loro caratteristiche e la loro riconoscibilità. Anche se lo sforzo è proprio quello di mettere insieme il tutto affinché il singolo pezzo non si veda a prima vista, ma solo andando a cercare il particolare. È una sorta di gioco. Curo molto l’aspetto della decorazione e cerco di inventarmi cose sempre nuove. È un grande lavoro di ricerca: parto sempre con quattro progetti insieme, in quanto capita che mi debba fermare perché non trovo quel che manca; so dove comincio ma non so mai come va a finire. Cerco eleganza, oggetti che arricchiscano la composizione, le diano un tocco raffinato: metà del tempo è dedicato alla ricerca del materiale, il mio è un “riciclaggio nobile”».
Nella matematica fantastica che Plachesi applica all’arte, cosa fanno insieme un piccone, una zappa ed un rastrello? Danno vita alla testa di una fenice, ma, per la proprietà della creatività, un identico rastrello diventa la coda di un pesce palla. Parimenti, un set di vecchi cambi di biciclette, opportunamente modificati e montati su una sfera di legno in compagnia di una coppia di fanali, danno vita ad una rana paffuta, mentre un vecchio giratubi da idraulico, un fregio e un pettine costituiscono rispettivamente il corpo, la lingua e la cresta di un camaleonte. Le pinne dei pesci sono fatte con nervature in ferro, rivestite con vecchie lenzuola in doppio strato, imbevute di colla vinilica e poi colorate. Alcune parti sono decorate, altre lasciate come sono state trovate.
Non si pensi però che sia un semplice originale assemblaggio, come spiega l’autore: «Spesso è difficile trovare soluzioni tecniche per far stare insieme i componenti. Le opere non sono saldate, sarebbe più facile, sono tutte avvitate e rivettate perciò molte, pur voluminose, sono smontabili e quindi trasportabili».
Uno dei pezzi preferiti di Plachesi, per complessità, difficoltà e impegno nel risultato, è uno struzzo di circa 120 cm di altezza, che sarà esposto alla personale che si inaugura oggi (vedi box): «Sono partito dal serbatoio di un motorino, per il corpo, ho cercato una marmitta che avesse una forma verosimile a quella di un collo, da lì poi sono riuscito a costruire l’intero animale, composto da 280 pezzi. Le ali, per esempio, sono tasti di vecchie macchine da scrivere smontate.
Il periodo del lockdown mi ha permesso di fare un salto qualitativo, passando dalla realizzazione di opere bidimensionali, come i pesci, a soggetti tridimensionali molto più complessi. Ciò comporta la necessità di studiare la forma d’insieme, di armonizzarla e rendere verosimile il soggetto a cui si sta lavorando». È una procedura tutt’altro che banale: sommare la testa della fenice al corpo fatto con il fregio di una vecchia consolle non è operazione immediata, richiede di bilanciare le parti dal punto di vista fisico, spostare il baricentro, tenere insieme ferro e legno. Perciò, ammette l’artista, «non ho una produzione altissima perché sono tutte opere uniche che richiedono parecchio lavoro, fino ad un mese e mezzo. Il primo anno ho realizzato 180 pezzi, il secondo 160, il terzo 70, perché dedicandomi a creazioni più impegnative ho diminuito per forza di cose la produzione».
Non posso fare a meno di chiedergli se gli capita di disfare ciò che ha creato, e mi conferma di sì: «Quando ho quasi completato ciò a cui sto lavorando lo porto a casa, la mattina dopo trovo il difetto, sempre. Se c’è qualcosa che non è nell’equilibrio estetico che voglio, io di solito lo trovo. Se una cosa non mi piace la disfo e finisce per diventare altro».
In un mercato in cui, mi conferma, i social aiutano l’arte permettendone la diffusione praticamente senza confini – alcuni suoi personaggi hanno preso la rotta degli USA oltre che dell’Europa – nonostante ammetta di affezionarsi e dispiacersi nel privarsene, lascio Plachesi con la ricchezza di questo gioco del cambio di prospettiva e con la curiosità di vedere la sua prossima creatura: per ora una coppia di fanali d’automobile accostati fan pensare ad ali d’insetto, cosa utilizzerà per la testa? Di sicuro «il pezzo preferito è quasi sempre l’ultimo».
Daniela Regonesi

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